Le signore di Emilia

Raffaella Cimurri Maria Norma Nedda Pina Zanasi Ganassi Elsa Marta Valdina Giachin Giberta, Elsina, Valdina, Marta, Elsa, Pina, Norma, Nedda, Maria e Raffaella. Nomi come tanti altri, qui in Emilia. Volti, questi, come tanti altri.

Ti passano accanto silenziose e riservate, come se non volessero disturbare, come se non fosse necessario percepire la loro presenza.
“Buongiorno Giberta, come va oggi?” Una domanda semplice è la chiave che apre una porta verso un mondo, quello delle cose di un tempo, sconosciuto ai più, forse perché ritenuto poco interessante.
Le signore d’Emilia hanno aperto la loro porta e mi fatto entrare nella loro casa;  mi hanno mostrato le loro rughe e i loro occhi umidi, i ricordi assenti e quelli vivi, la loro tristezza e la loro gioia.
Racconti di guerra e di ricostruzione, racconti di vite difficili e dure. Ma spese bene. Vite senza il tempo per i ripensamenti e i dubbi “che tanto non portano da nessuna parte”. Le loro parole, scorrendo a volte lente, a volte ripetute, a volte sussurrate, a volte in dialetto, a volte concitate, hanno rivelato la bellezza e la tenacia delle signore d’Emilia. Così ho compreso il significato di ogni ruga e di ogni singola espressione.
Nei loro racconti non c’è spazio per il privato: quello rimane nascosto, con discrezione, alla mia vista.
Queste donne dalla tempra ancora forte e combattiva, contente di avere vissuto una vita piena, celano anche una fragilità della quale non sta bene parlare. Ma che è lì. E io l’ho vista.
Ora le loro storie non verranno disperse nel vento che accarezza le colline, lungo la via Emilia, giù fino al mare.

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