Chi è Emilia

Giberta, Elsina, Valdina, Marta, Elsa, Pina, Norma, Nedda, Maria e Raffaella.
Nomi questi come tanti altri, qui in Emilia. Volti, questi, come tanti altri.
Ti passano accanto silenziose e riservate, come se non volessero disturbare, come se la loro presenza non fosse più percepibile e percepita.

“Buongiorno, come va oggi Giberta?”
Una semplice domanda è la chiave che apre una porta verso un mondo, quello delle cose di un tempo, forse perché ritenuto poco interessante.
Le signore d’Emilia mi hanno aperto la loro porta e fatto entrare in casa, mi hanno mostrato le loro rughe e i loro occhi umidi, i ricordi assenti e quelli vivi, la tristezza e la gioia.
Racconti di guerra e di ricostruzione, racconti di vite difficili e dure ma spese bene, dove vi era poco spazio per i ripensamenti e i dubbi, “quelli non portano da nessuna parte”.
E mentre le parole scorrevano a volte lente, a volte ripetitive, a volte sussurrate, a volte in dialetto e a volte concitate, ho compreso la bellezza e la tenacia delle signore d’Emilia. E ho compreso il significato di ogni singola ruga ed espressione.

Nei loro racconti, non c’è spazio per la vita privata, nascosta discretamente dalla mia vista.
Queste donne dalla tempra ancora forte e combattiva, contente di avere vissuto una vita piena, celano anche una fragilità della quale non si parla ma che è lì, io l’ho avvertita. E l’ho vista.
Un attimo, basta un attimo, per fare sì che le loro storie vengano sollevate dal vento che accarezza le colline, scivolando fino alla via Emilia e da lì al mare.. per sempre dimenticate.

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